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Depressione post partum: parlarne può fare la differenza

Intervista alla dott.ssa Elena Mandorino, psicologa CDI

Depressione post partum: parlarne può fare la differenza

L’arrivo di un bambino è un evento unico, indimenticabile, accolto con entusiasmo e partecipazione. Eppure molte neomamme vivono una strana sensazione di tristezza e irritabilità del tutto inaspettata. La transizione verso la genitorialità porta con sé un significativo cambiamento della propria vita, che richiede continui adattamenti. Questa richiesta di adattabilità alla nuova condizione può esporre la donna a una maggiore vulnerabilità rispetto all’insorgere di disagi psicologici.
Rispetto a quello che la donna può vivere nel periodo dopo la nascita, occorre fare una distinzione tra il fenomeno “baby blues” e una condizione di depressione.
Il 70-80% delle puerpere sperimenta il cosiddetto “baby blues” che costituisce una reazione emotiva all’esperienza del parto, caratterizzata dalla presenza di una particolare instabilità emotiva immediatamente dopo e nei giorni successivi al parto. Ciò che la donna potrebbe avvertire è irritabilità, stanchezza cronica, ansia, insonnia, crisi di pianto senza alcun motivo apparente, cambiamenti d’umore e difficoltà di concentrazione. Generalmente questo stato di disagio non è ritenuto patologico, poiché tende a risolversi entro due settimane circa, e si ritiene essere correlato ai cambiamenti ormonali presenti dopo la nascita.

Tuttavia non per tutte le donne la condizione di baby blues si risolve in breve tempo: il 10-15% delle donne andrebbe incontro ad una situazione depressiva. L’esordio della depressione post partum è generalmente tra la 6ª e la 12ª settimana dopo la nascita del figlio, con episodi che durano tipicamente dai 2 ai 6 mesi. La neomamma tende a sentirsi triste senza motivo, irritabile, inadeguata rispetto agli impegni genitoriali con un conseguente vissuto di colpa; avverte una sensazione di vuoto e una perdita di interesse e piacere. Queste manifestazioni, se persistenti, possono cronicizzarsi nel tempo e causare un peggioramento della qualità di vita.

E per i neopapà?

La maggior parte delle ricerche sulla depressione post-partum si è focalizzata prevalentemente sulla donna, tuttavia negli ultimi anni anche i neopapà sono stati oggetto di studio. Si è osservato come la depressione si manifesti soprattutto nel primo anno di vita del bambino, raggiungendo un picco tra i tre e i sei mesi. Tra i fattori che possono aumentare il rischio di depressione paterna, giocano un ruolo importante il vissuto di esclusione dal rapporto madre-bambino, la qualità della relazione con la propria partner e la presenza di preoccupazioni finanziarie.

Prevenzione e cura: cosa fare?

Nella condizione di baby blues è fondamentale non chiudersi in sé stesse, ma condividere come ci si sente con le persone più care e senza avere la pretesa di dover affrontare tutto da soli. Può essere di ulteriore beneficio uscire all’aria aperta e passeggiare, e ritagliarsi del tempo (anche breve) da dedicare alla cura di sé. I neogenitori dovrebbero accogliere anche i pensieri negativi che possono naturalmente insorgere in questa fase, senza considerarsi una cattiva madre o un cattivo padre per questo.
Diversamente, la depressione post partum se non riconosciuta e trattata, può interferire qualitativamente sul processo di co-costruzione della relazione madre/padre-bambino, fondamentale per il futuro sviluppo cognitivo, sociale ed emotivo del nascituro.
In questa fase così delicata e di cambiamento esistenziale, ogni mamma e papà hanno il diritto di chiedere aiuto ad uno specialista, se sentono che il sostegno dei familiari e degli amici non è abbastanza; la richiesta di un supporto psicologico è un buon inizio e parte del percorso che porta verso la guarigione.

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