La cura in oncologia va oltre il trattamento medico e si fonda sulla presenza e sulla relazione tra curante e paziente. La riflessione della dott.ssa Elena Mandorino, psicologa CDI, mette in luce questa dimensione fondamentale.

Quando si parla di malattia oncologica, lo sguardo si concentra naturalmente sul paziente e sul suo percorso di cura. Più silenziosa, ma non meno centrale, è l’esperienza di chi accompagna e sostiene quel percorso ogni giorno. Medici, psicologi, infermieri e tutte le figure sanitarie coinvolte in oncologia condividono quotidianamente uno spazio emotivo complesso, in cui competenza clinica e dimensione umana si intrecciano in modo profondo.
L’esperienza oncologica non riguarda solo la dimensione fisica, ma ha un impatto significativo anche sull’equilibrio emotivo, sui legami affettivi e sul modo in cui la persona guarda alla propria vita. La diagnosi introduce spesso una frattura nel tempo, un “prima” e un “dopo” che ridefiniscono identità, priorità e prospettive. Questo impatto esistenziale riguarda il paziente, ma interroga anche il curante, che si trova ad accompagnare la persona nel confronto con l’incertezza, la paura, la speranza e, talvolta, con il limite e la perdita.
Lavorare in ambito oncologico richiede quindi competenze specifiche che vanno oltre l’intervento tecnico. È fondamentale coniugare competenze cliniche, qualità dell’ascolto e sensibilità per le dinamiche relazionali, mantenendo uno sguardo attento al clima emotivo in cui la cura prende forma. Ai professionisti è richiesto di saper leggere e accogliere la complessità della sofferenza, offrendo un accompagnamento che tenga conto non solo dei sintomi, ma anche del vissuto psicologico e relazionale della persona lungo tutte le fasi della malattia.
Per il curante, prendersi cura significa anche confrontarsi con il proprio coinvolgimento emotivo, con il rischio di sovraccarico e con la necessità di mantenere uno spazio interno di riflessione. È una pratica che richiede solidità, formazione continua e responsabilità, ma anche la possibilità di essere sostenuti all’interno dell’équipe, affinché la cura resti un gesto umano e non diventi un peso solitario.
In questo senso, la cura oncologica non riguarda solo ciò che viene fatto, ma anche il modo in cui si è presenti accanto alla persona nel suo percorso. È una presenza che si costruisce nel tempo, fatta di parole e silenzi, di continuità e affidabilità, di piccoli gesti che comunicano al paziente di non essere solo. È in questa dimensione relazionale che la medicina e la psicologia si incontrano, e che l’esperienza della malattia oncologica può trasformarsi, per il paziente e per il curante, in un percorso condiviso in cui competenza scientifica e umanità trovano un equilibrio possibile.
Prendersi cura significa abitare insieme uno spazio di vulnerabilità, dove la competenza incontra l’umanità e nessuno dovrebbe essere lasciato solo.