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Sindrome dell'intestino irritabile e dieta

Sintomi, cause e strategie alimentari per gestire l’IBS: il ruolo della dieta a basso contenuto di FODMAP con la dott.ssa Stefania Vescia, dietologa CDI.

La sindrome dell’intestino irritabile (IBS) è una condizione cronica, persistente, caratterizzata da sintomi intestinali ricorrenti, in assenza di alterazioni organiche evidenziabili. Coinvolge la complessa interazione tra intestino e cervello ed è uno dei disturbi funzionali intestinali più comuni.

L’IBS non riguarda infatti solo l’intestino: esiste un dialogo continuo tra il cervello e il nostro apparato digerente, chiamato appunto asse intestino-cervello. Attraverso segnali nervosi, ormonali e chimici, l’intestino invia informazioni al cervello e questo influenza a sua volta la funzione intestinale. Questa connessione spiega perché fattori emotivi come stress, ansia o tensione possono influenzare la motilità intestinale, la sensibilità viscerale e persino la composizione del microbiota intestinale.

La prevalenza della sindrome dell’intestino irritabile varia dal 10% al 20% nella popolazione mondiale, in una fascia di età tra i 20 e i 40 anni, con una netta prevalenza del sesso femminile rispetto a quello maschile.

Sintomi e criteri diagnostici (Criteri di Roma IV)

I sintomi tipici della sindrome dell’intestino irritabile sono definiti da criteri internazionali, noti come “Criteri di Roma IV” che identificano la sindrome quando si verifica un dolore addominale ricorrente (almeno un giorno alla settimana negli ultimi tre mesi) associato a due o più dei seguenti criteri: dolore correlato alla defecazione, collegato ad una variazione della frequenza delle evacuazioni, collegato ad un cambiamento nella forma delle feci. Tali sintomi devono essere iniziati almeno sei mesi prima dalla diagnosi. Possono anche associarsi altri sintomi come gonfiore addominale, meteorismo, presenza di muco nelle feci e sintomi extra-intestinali (stanchezza, cefalea, mal di schiena, dispepsia, ansia o depressione).

I diversi tipi di sindrome dell’intestino irritabile

In base alle caratteristiche della funzione intestinale, la sindrome dell’intestino irritabile può essere classificata in 3 sottotipi e sono fondamentali da riconoscere per impostare una strategia terapeutica efficace:

  • IBS con predominanza di stitichezza
  • IBS con predominanza di diarrea
  • IBS mista
  • IBS non classificata

Dalla causa alla terapia dell’IBS

La genesi della malattia è multifattoriale:

  • stress psicologico
  • infezioni intestinali pregresse
  • alterazioni della motilità intestinale
  • alterazioni del microbiota intestinale (disbiosi)
  • utilizzo di farmaci che alterano la regolarità dell’intestino
  • ipersensibilità viscerale
  • dieta e stile di vita

La diagnosi di sindrome dell’intestino irritabile è clinica, perché non esistono test diagnostici specifici per questa patologia. Prima di porre diagnosi di IBS occorre escludere tutte le altre patologie gastrointestinali con sintomi simili ed altre patologie organiche più gravi, tramite esami di laboratorio (esami del sangue e delle feci, breath test per lattosio) e strumentali (ecografia addome completo e delle anse intestinali, colonscopia).

La terapia della sindrome dell’intestino irritabile è volta innanzitutto a ridurre i sintomi e a prevenire le riacutizzazioni.

La dieta e il ruolo dei FODMAP

L’alimentazione gioca un ruolo centrale nella gestione dei sintomi: alcuni alimenti possono peggiorare gonfiore, dolore e alterazioni dell’alvo, in particolare i cibi ricchi di FODMAP. Questo termine viene introdotto nel 2005 da un gruppo di ricercatori australiani, che li hanno identificato come un gruppo di carboidrati fermentabili in grado di provocare sintomi gastrointestinali in particolare negli individui con sindrome dell’intestino irritabile. I FODMAP (acronimo che sta per oligosaccaridi fermentabili, disaccaridi, monosaccardi e polioli) sono infatti zuccheri poco assorbibili nell’intestino dove richiamano acqua e subiscono una rapida fermentazione da parte dei batteri.

Gli alimenti ad alto contenuto di FODMAP, che vengono temporaneamente eliminati nella fase iniziale del protocollo, appartengono a differenti gruppi alimentari:

  • verdura: carciofo, asparagi, cavolfiore, aglio, funghi, cipolla;
  • legumi: piselli, ceci, lenticchie, fave;
  • frutta: mele, ciliegie, mango, albicocche, pesche, pere, prugne, anguria;
  • frutta secca;
  • latticini: latte e derivati di mucca, capra e pecora;
  • cereali: frumento, segale, orzo;
  • dolcificanti: miele, sciroppo di mais, dolcificanti artificiali con alcoli di zucchero.

Il processo di implementazione di una dieta a basso contenuto di FODMAP segue generalmente 3 fasi:

  • restrizione dei FODMAP, della durata di circa 4-6 settimane;
  • reintroduzione degli alimenti precedentemente eliminati per valutarne la tolleranza, della durata di 6-8 settimane;
  • personalizzazione della dieta FODMAP in base alla tolleranza individuale. 

In alcuni casi la dieta non basta e bisogna ricorrere ad una terapia farmacologica mirata, sia con farmaci (antispastici per il dolore, lassativi non irritanti o antidiarroici a seconda dei casi, antibiotici intestinali) che con integratori (probiotici per l’equilibrio della flora), per ridurre la diarrea o migliorare la stipsi. Infine, occorre modificare il proprio stile di vita: attività fisica regolare, corretta idratazione, gestione dello stress con tecniche di rilassamento, sonno di qualità.

Conclusioni

In conclusione, la sindrome dell’intestino irritabile è una condizione cronica, ma gestibile e a prognosi favorevole. Occorre un approccio medico integrato che tenga conto di alimentazione, stile di vita e benessere psicologico al fine di consentire un buon controllo dei sintomi e un miglioramento della qualità di vita. La dieta a basso contenuto di FODMAP è una strategia preziosa per alleviare i sintomi della sindrome dell’intestino irritabile e offrire sollievo a chi ne è affetto.

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