3 maggio 2016

Intervista al dott. Federico Callioni, Responsabile Chirurgia del CDI

Il carcinoma colo rettale (CCR) è una delle principali cause di morbilità e mortalità per neoplasia nel mondo occidentali. In media nel mondo si verificano circa 700.000 nuovi casi all’anno, di cui 150.000 in Europa e 35.000 in Italia, con un’incidenza maggiore nel nord Italia.

 
Qual è l’indice di mortalità del carcinoma colon rettale?
Il carcinoma colon rettale è la neoplasia gastroenterica maggiormente curabile, anche se la sopravvivenza a 5 anni si attesta ancora intorno al 50-60%. Più specificatamente circa il 12% delle morti per tumore nel maschio ed il 16% nelle donne è ascrivibile a questa patologia. L’incidenza è sovrapponibile nei due sessi, anche se il tumore localizzato al retto è lievemente più frequente negli uomini. E’ neoplasia rara prima dei 40 anni, per divenire più frequente dopo i 60 e raggiungere il suo picco massimo verso gli 80.
 
Parliamo di prevenzione primaria: cosa possiamo fare per mettere in atto le prime difese?
E’ decisamente provata l’importanza di fattori costituzionali, ambientali e genetici. Uno stile di vita caratterizzato da obesità, fumo, dieta povera di scorie, ipercalorica, ricca di grassi e proteine animali è ad elevato rischio di comparsa di CCR, mentre una cospicua assunzione di fibre, accelerando il transito intestinale, riduce il tempo di contatto mucosa/carcinogeni e pertanto diminuisce il rischio di sviluppare tale neoplasia; egualmente una contenuta assunzione di proteine animali e grassi mantiene una flora intestinale povera di germi anaerobi, la cui capacità di trasformare i sali biliari in sostanze carcinogene è ben nota.
 
Esistono dei fattori ereditari del CCR?
Tra i fattori ereditari è da ricordare la poliposi adenomatosa familiare, su base autosomica dominante, caratterizzata dalla presenza di numerosissimi polipi, prevalentemente al colon sinistro. Essi si sviluppano nell’adolescenza e portano invariabilmente allo sviluppo di CCR. Varianti di tale malattia sono la Sindrome di Gardner, ove i polipi interessano l’intero tratto digestivo, compreso stomaco, duodeno e piccolo intestino, e la Sindrome di Linch, neoplasia ereditaria del colon su base non poliposica, ove ad una elevata incidenza di CCR non è associata la presenza di polipi. Ricordiamo inoltre alcuni fattori predisponenti come la colite ulcerosa, il morbo di Chron, una precedente patologia neoplastica maligna, l’ irradiazione pelvica, la poliposi adenomatosa, l’adenoma displasico. E le raccomandazioni del National Cancer Institute per la prevenzione primaria del CCR sono ridurre l’assunzione di grassi al 25% delle calorie totali, includere nella dieta quotidiana frutta e verdura, assumere con moderazione alcoolici, evitare l’obesità, aumentare l’apporto di fibre a 30 g al giorno, diminuire il consumo di cibi conservati
 
In cosa consiste la prevenzione secondaria?
Risulta ben evidente come la storia clinica della malattia, caratterizzata da chiari elementi di rischio e spesso preceduta dall’insorgenza di polipi benigni, può essere modificata in modo significativo da gesti di prevenzione e diagnosi precoce, che possono ridurne in modo significativo la mortalità.
Questi gli esami fondamentali:
  • Ricerca del sangue occulto fecale (sensibilità del 70%, specificita 95%);
  • Esplorazione rettale;
  • Rettosigmoidoscopia e Colonscopia,eventualmente associati a Clisma opaco o Colon TAC.
Con quale periodicità andrebbero eseguiti questi esami?
L’American Cancer Society raccomanda questa progressione:
  • Esplorazione rettale in tutti i soggetti asintomatici a rischio standard di età superiore ai 45 anni (Il 70% delle neoplasie rettali sono palpabili dal dito esploratore).
  • Esecuzione annuale della ricerca sangue occulto fecale oltre i 50 anni con rettosigmoidoscopia o colonscopia ogni 5 anni.

Tali indagini dovrebbero essere eseguite sino agli 80 anni. Infine sono monitorare con maggior intensità i pazienti ad elevato rischio per storia clinica, familiare e genetica.

 
Come si procede quindi se la ricerca del sangue occulto è positiva?
E’ evidente quindi che la diagnosi clinica del CCR deve nascere dalla corretta esecuzione delle indagini messe in atto nel percorso di prevenzione secondaria. Infatti la scoperta di un CCR non deve attendere la comparsa di masse addominali palpabili, linfadenopatie metastatiche o secondarismi epatici: ciò renderebbe vano ogni intento di offrire una buona prognosi ai nostri pazienti. Come già ricordato, quindi, è la ricerca del sangue occulto fecale che guida il paziente nel suo percorso verso la guarigione. Se tale ricerca risultasse positiva, il paziente viene sottoposto ad una colonscopia sia diagnostica che operativa, nel corso della quale è possibile eseguire biopsie di eventuali lesioni sospette ma anche che la loro asportazione mediante polipectomia. Il successivo esame istologico guiderà l’ulteriore percorso: qualora la polipectomia sia risultata radicale, saranno sufficienti ulteriori controlli nel tempo. Se, al contrario, venisse confermata la natura maligna della lesione o la non completa asportazione del polipo, sarà necessario l’intervento del chirurgo, che asporterà il tratto di intestino interessato dalla lesione con i linfonodi regionali. Tale procedura è ora eseguita mediante tecnica laparoscopica: vengono evitate incisioni addominali ed il decorso postoperatorio risulta decisamente più rapido e meno doloroso.